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martedì 19 marzo 2013

L’ENIGMA DELLA PRIMAVERA DEL BOTTICELLI

 

Un mitico dipinto dal significato abbastanza chiaro

ma che tuttavia, secondo lo stile dell'epoca,

nasconde tanti simboli più o meno misteriosi...

 

"Guardiamolo" da... vicino

 

 

 

 

L’ENIGMA DELLA PRIMAVERA

DEL BOTTICELLI

a cura di Tony Kospan
 
 
 

Raramente un dipinto che ha un oggetto così chiaro... come questo... nasconde invece tanti segreti interpretativi...

Commissionata al pittore fiorentino intorno al 1478, "La Primavera" è il più celebre dipinto mitologico del Quattrocento, ed è anche una delle creazioni più misteriose del Rinascimento.

Ancor oggi nonostante i tantissimi studi da parte dei più grandi esperti d'arte ci sfuggono sia la genesi precisa che i suoi veri significati

Nel 1498, pochi anni dopo la sua realizzazione, adornava il letto del giovane Lorenzo di Piefrancesco de’ Medici, nipote del Magnifico.

Sessant’anni più tardi, avendola vista nella villa medicea di Castello, Giorgio Vasari ce ne parla in un passo del suo celebre "Le Vite" ed in pratica ci consegna il titolo dell'opera "… un’altra Venere, che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera: le quali da lui (Botticelli) con grazia si veggono espresse".

 

 

 

 

AMBIENTAZIONE E PERSONAGGI RAPPRESENTATI

 

Nell'opera sono rappresentati nove personaggi posti in un boschetto ombroso, che si presentano allineati su un prato con decine di fiori di vario genere.

 

 

 

 

L'ambientazione ricorda gli arazzi fiamminghi, noti come "millefiori", all’epoca molto diffusi nelle case aristocratiche fiorentine.

L’identità delle nove figure sembra ormai definitivamente accertata.

 

 

Al centro della composizione c'è Venere (per altri potrebbe essere invece Giunone per la sua posa serena).

 

 

Le tre Grazie: Talia la prosperità, Eufrosine la gioia e Aglaia lo splendore

Sia la dea che le altre figure femminili appaiono chiaramente incinte.

Sulla destra Zefiro, la ninfa Cloris che si trasforma in Flora dalla splendida veste bianca decorata di corolle.

 

 

In alto Cupido e sull'estrema sinistra Mercurio.

 

 

LETTURA DEL DIPINTO

 

Va fatta contrariamente al solito... da destra verso sinistra.

 

 

Zefiro, vento primaverile agguanta la ninfa Cloris che poi si trasforma in Flora... dea della Primavera... e dei fiori... 

 

 

e che pur non essendo il personaggio centrale... spicca per la sua bellezza... e dà il nome al dipinto.

Accanto a Flora... al centro dipinto... la dea Venere (o Giunone) con posa calma saluta con la mano le tre Grazie che danzano in cerchio un ballo dell'epoca coperte di veli trasparenti.

 

 

 

Cupido (qui in posizione verticale)

 

 

Dall’alto Cupido alato scocca uno strale infuocato, mentre Mercurio, assorto, volgendo le spalle agli altri personaggi, tocca (indica? disperde?) le nuvole col caduceo (bastone con due serpenti attorcigliati intorno a esso).

 

 

 

Mercurio 

 

 

I DUBBI

 

L'aver individuato tutti i soggetti presenti non ha tuttavia risolto la spiegazione del senso complessivo del dipinto ed infatti...

Qual'è il vero significato dell'opera e cosa accomuna le nove figure?

Perché la dea e le altre figure femminili sono tutte incinte? 

 

 

 

 

ALCUNE TRA LE SPIEGAZIONI PIU' ACCREDITATE

 

Il primo che tentò di risolvere il problema fu lo studioso tedesco Aby Warburg che ipotizzò anche un titolo più preciso per il dipinto "Regno di Venere". Questo perché appaiono riunite figure mitologiche che generalmente sono associate alla dea, la quale è anche la divinità della primavera.

L’inglese Charles Dempsey, invece, ritenne che il quadro fosse la raffigurazione non solo della stagione primaverile, ma anche dei tre mesi di cui essa è composta: il mese dei venti, marzo, sarebbe simboleggiato da Zefiro-Cloris-Flora; Venere, Cupido e le Grazie alluderebbero ad aprile, il mese dell’amore; mentre Mercurio rappresenterebbe maggio, dato che il nome di tale mese derivò anticamente da quello di Maia, madre di Mercurio.

Altri studiosi hanno cercato figure storiche nascoste sotto i panni mitologici e così sono stati fatti i nomi di dame fiorentine per Flora e le tre Grazie.

Altri ancora hanno ipotizzato spiegazioni di tipo filosofico.

Il critico d’arte tedesco Erwin Panofsky, per esempio, ricordando i diversi tipi di Amore e le relative Veneri del Neoplatonismo, ha contrapposto la Venere celeste raffigurata nella "Nascita di Venere" – altro capolavoro del Botticelli – alla Venere terrena de "La Primavera".

Lo storico dell’arte austriaco Ernst Gombrich, invece, ha interpretato il quadro come la raffigurazione della Venus-Humanitas, figura che il filosofo Marsilio Ficino raccomandava come guida spirituale in una lettera al giovane Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, probabile destinatario del quadro.

"La Primavera", dunque, è la visualizzazione di un dogma filosofico?

è la rappresentazione di un ideale paradiso umanistico, immerso nella natura e abitato da un’umanità eternamente giovane e bella?

è la raffigurazione di un complesso messaggio simbolico?

Oppure rappresenta semplicemente – secondo un’opinione oggi poco seguita – una mascherata di giovani fiorentini in una festa dell’epoca?

Il mistero intorno a questo straordinario dipinto è ancora fitto.

 

 

UNA PERSONALE INTERPRETAZIONE

 

 

Botticelli

 

 

Tutto il dipinto è un inno al sorgere ed all'affermarsi della Primavera come la bella stagione che, rompendo le rigidità e le oscurità invernali, con il sorgere dei fiori e la rinascita della natura, prepara il trionfo dell'estate.

 

 

 

Nel rappresentar ciò il Botticelli utilizza i simboli della mitologia classica e, a conferma della mia interpretazione, attraverso l'immagine delle donne incinte esalta la primavera quale momento di gestazione della natura che darà presto tutti i suoi frutti... al sole dell'estate. 

 

 

TONY KOSPAN

 

FONTI: VARI SITI WEB

 

 

 

 

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lunedì 14 gennaio 2013

LA MELENCOLIA DI DURER - DIPINTO DELL'ERMETISMO

 
 
 
 
 
Albrecht Dürer
(Norimberga, 21 maggio 1471 – Norimberga, 6 aprile 1528)
è stato un pittore, incisore e matematico tedesco.
 
 
 
 
 
Dürer di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente della pittura tedesca del rinascimento.
 
 
A seguito di contatti veneziani con  ambienti neoplatonici
s'avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche....
di cui la sua MELENCOLIA è la massima espressione artistica...
 
 
 


LA MELENCOLIA DI DURER
 
 
 
Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514
 
 
 
La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche "primo segno" dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.


A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758
 
 
 
 
 
 
Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.
 
 
 
Il Cavaliere (II)
 
 
 
Nel trittico, Il Cavaliere, la morte e il diavolo rappresentava la sfera morale e S. Girolamo nella cella quella della teologia e della meditazione.
 
 
 
San Girolamo nello studio (III)
 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL'OPERA
 
 
Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della melanconia, a istituire una connessione fra il mondo razionale delle scienze e quello immaginativo dell’arte.
Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno "lunare", brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici.Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.
Tutta l’opera è disseminata dei simboli della cono-scienza alchemica.
 
 
  

 
 
Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.
Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.
 Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.
Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.
La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.
Un personaggio spesso associato, a livello esoterico, con il mondo dell’alchimia.
Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartiglio sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di stasi.
Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.
Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.
Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.
 
 
 

 
 

 
Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).
Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi con Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).
La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.
Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra; il primo non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, l’altro porta con sé varie simbologie: dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene. Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.
Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.
 

 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti da vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN 
 
 
 
 
 
 
CULTURA CON LEGGEREZZA